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Implicazioni psicologiche della sordità: isolamento sociale, stati depressivi

Un giorno mi recai da un piccolo fornitore di prodotti kilometro zero. Mi avvicinai alla sua abitazione e mi salutò con lo sguardo e un sorriso il suo vicino, giovane uomo sui quaranta anni di cui conoscevo l’esistenza attraverso le voci di paese: “è ritardato, è sempre stato lì”. Ricambiai, e lui continuò a sorridere ma senza seguire o proporre un’evoluzione al dialogo. Uscendo di casa, il destinatario della mia visita mi disse:
“Non sente”.
Mi scappò di bocca la domanda se non ci fosse sul territorio un servizio per aiutarlo (deformazione professionale? Empatia? Entrambe?) e mi fu risposto:
“Dove vuoi che vada”.
La risposta è elementare:
“Comincerà ad andare dove e quando iniziate a portarlo, se non riesce a farlo da solo”.

L’accesso alla vita di comunicazione e quindi sociale dipende da molti fattori. In particolare quella di una persona con deficit uditivo ne presenta di natura medica (sordità congenita o acquisita e a quale età di esordio, età del soggetto ipoacusico, livello di sordità, se all’interno di una sindrome, esordio improvviso, traumatico o graduale…), psicologica (copresenza di ritardo mentale, deterioramento cognitivo, correlati psicopatologici…), sociale (sistemi comunicativi della famiglia in cui vive il paziente e degli ambienti che frequenta o vorrebbe frequentare, dinamiche di accudimento e legami affettivi…).

Siamo dinanzi a un quadro complesso, da valutare quindi dal punto di vista biologico, psicologico e sociale per predisporre gli interventi nel modo più completo possibile. Basti pensare a un neonato congenitamente sordo piuttosto che a una persona divenuta tale in tarda età, o alle esigenze peculiari di un adolescente, di un manager cui si chiede di dialogare quotidianamente in più di una lingua.

Alcune revisioni di studi circa l’epidemiologia nella sordità non offrono dati univoci circa il fatto che chi non sente sia psicologicamente più sofferente dei normoudenti. Altresì, possiamo ben immaginare come l’isolamento sociale possa essere deleterio per l’accesso all’istruzione durante le età scolari, alla ricchezza di una vita relazionale, alla gamma di “stimolazioni palestra” per la plasticità cerebrale soprattutto nei casi di ritardo mentale e a protezione dal decadimento cognitivo nell’anzianità.

Inoltre, l’ipostimolazione può contribuire all’impoverimento di esperienze gratificanti che sostengono l’umore. Laddove vi sia coincidente fragilità da questo punto di vista, possiamo stimare un maggiore rischio di caduta sul versante depressivo. Ma cosa utile è guardare all’umore non soltanto quando esso scivoli verso uno stato depressivo, bensì quando in condizioni di salute si mantiene in un’area grigia, denominata in ambito di Psicologia Positiva languishing.

Entriamo quindi nel campo della qualità di vita e del benessere soggettivo, quindi anche nel caso in cui non si sia affetti da alcun disturbo psicologico. Peraltro, coltivare una condizione di soddisfazione e pienezza, fluorishing, correla con dati interessanti: lo sviluppo del benessere soggettivo facilita il mantenimento di un buono stato di salute, anche fisica, e vivere più a lungo.

Se è vero che mens sana in corpore sano, non di meno corpus sanum in mente sana. Già Fordyce descrive tra i fattori di sviluppo del benessere soggettivo l’essere attivi, avere una ricca socialità e una personalità socievole. Queste predisposizioni possono essere incrementate o rigenerate implementando l’accessibilità alla vita di relazione. Solo per poter intuire quanto non sia nella nostra natura avere barriere comunicative, citiamo l’antico episodio della torre di Babele, il successo recente dei social network, lo studio attento durante le guerre per generare codici criptati per comunicare tra alleati.

Anche i viaggi in terre lontane possono essere resi disagevoli dalle difficoltà di comunicazione sul piano sia formale che concettuale per valori culturali differenti. Così come invece sono esperienze molto affascinanti, nelle quali comunicando scopriamo culture distanti da quelle di provenienza. Non da ultimo pensiamo agli sforzi che avvertiamo nel produrre l’attuale isolamento per contenere la pandemia e ai tentativi di sopperire almeno parzialmente con canali comunicativi telematici. Il linguaggio è una delle armi più potenti che l’evoluzione ci ha consegnato e come tutti gli strumenti ad alto potenziale è di danno quando mal utilizzato, un propulsore se ben disposto.

Probabilmente per i neonati e per l’infanzia l’accesso a una buona qualità uditiva vede una forte motivazione, che ha sede nel facile collegamento tra sviluppo sano e ricezione degli stimoli attraverso tutti i canali sensoriali. Nell’età adulta, ciò che è deficit sovente viene etichettato con accezione di responsabilità interna, ancor più quando non si tratta di una conclamata patologia somatica. Si usa spesso dire ad esempio “mi è venuta l’influenza” mentre si dice “è sordo” o anche “è depresso”. Si vive con umana pietas la sofferenza della persona operata al femore e invece nascono tensioni nella casa di chi non sente o tiene la TV a volume elevato, così come parallelamente nel disagio psicologico la persona viene troppo spesso lasciata a se stessa.

Questi pregiudizi condizionano gli accessi agli aiuti, lo affermano le statistiche epidemiologiche e dove ciò accade il deficit prosegue nel mantenere, o aggravare, le conseguenze che vi sono collegate. Nel fatto di specie della sordità, possiamo aggiungere il fattore età: l’invecchiamento della popolazione comporta un’espansione delle patologie e delle disfunzioni correlate con l’età anagrafica. La medicina e in generale la cura della salute della terza età sono già in espansione. Questo dato incrociato con evidenze di ricerca nonché con quanto comunicato dalla Organizzazione Mondiale della Sanità manifesta la convenienza su più piani della promozione di ogni livello di prevenzione (primaria, secondaria e terziaria) rivolta quindi non solo a evitare la malattia, ma anche il suo aggravamento se essa è già presente o l’esordio nella popolazione ancora non soggetta ma per la quale se ne prevede rischio futuro.

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dott. Andrea Crocetti

Psicologo e Psicoterapeuta, Specialista in psicoterapia cognitivo e comportamentale. Collabora con Del Bo Tecnologia per l’ascolto occupandosi degli aspetti psicologici clinici delle persone con acufene. Sul tema ha pubblicato articoli scientifici presso riviste internazionali. Svolge attività di psicoterapia, è membro dell’Associazione Italiana Analisi e Modificazione del Comportamento e Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva, della Società Italiana di Psicologia Positiva. Docente a contratto Humanitas University.

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